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Arregodendi Mamma Mia


 
di Floris Maria Bonaria

 
“Scrivi, scrivi anche questo perchè quando non ci sarò più io, che sono l’ultima, non ci sarà più nessuno che ti dirà queste cose”. E’ con queste parole che mia madre mi accoglieva quando mi recavo a farle visita, soprattutto nell’ultimo anno della sua vita, ma usava il vernacolo, la sua lingua del cuore, e suonavano più o meno così: “icrì, iscrì custu puru, po ita candu non c’appessi prusu deu, chi seu s’urtima, non c’adessi prusu nemmusu chi t’ada contai custas cosas”. Era come un mantra, un vero e proprio mantra che mia madre cercava di insinuarmi nella testa, nel tentativo di svegliare il mio interesse e permetterle di tramandare i suoi ricordi. Per la verità scoprii abbastanza presto che si trattava di un mondo per me in gran parte sconosciuto, perchè lontano, ma quello era il suo mondo come lo eravamo noi della famiglia, con l’unica differenza che quel mondo di prima lei l’aveva sempre coltivato dentro di sé, senza mai distaccarsene neppure per un attimo. Così, alla fine accontentai mia madre e lo feci proprio quando per i nostri colloqui il tempo diventava sempre più breve, e diversamente da me, lei lo sapeva. Quello che ricordo con maggior piacere è l’entusiasmo con cui si raccontava e la luce dei suoi occhi, tant’è che molte volte stentavo a riconoscere in lei quella persona molto avanti con gli anni e con gli acciacchi. Quando mia madre morì, per molti anni fui tentata di conservare gelosamente per me quel patrimonio di ricordi familiari che mi aveva affidato, ma alla fine ancora una volta aveva prevalso il suo desiderio di condividere con quante più persone possibili la sua storia, con l’ esperienza di una vita ormai molto lontana nel tempo. Con piacere l’accontentai allora nelle nostre dolcissime conversazioni, nello scrivere sento ancora il suo sguardo sui miei fogli. (Un estratto)